Mistero d'amore - Trinità C
1a Lett.: Prv 8,22-31
2a Lett.: Rm 5,1-5
Vangelo: Gv 16,12-15
Gesù è salito al cielo (Ascensione) e non è più visibile agli occhi di noi discepoli, ma ci ha inviato il suo Spirito (Pentecoste) perché "rimanga con noi per sempre"; e noi ora, in questa solennità della Ss. Trinità, ci interroghiamo: chi è il nostro Dio che è "Uno" nella sostanza divina, ma è anche "Tre" persone?
La risposta è forse facile per chi ha fatto studi di teologia, oppure per chi non ne ha fatti e si accontenta, per non camminare su terreno minato, di ripetere a memoria le formulazioni dogmatiche più semplici.
Ma cosa possiamo sapere di più sul nostro Dio che non vediamo? Che senso ha affermare che Dio è "Uno" e contemporaneamente "Tre", senza che questo bisticcio matematico ci appaia come un insulto alla nostra ragione? Come rispondere ai non-cristiani che ci accusano di essere "politeisti", cioè di adorare più divinità?
Il senso del nostro non volerci fermare, ma di andare un poco oltre "il mistero inaccessibile alla sola ragione", lo troviamo nella constatazione che Dio ha voluto farsi conoscere. Non solo si è "rivelato", ma anzi, che ha voluto "farsi uno di noi".
Dio ci ha parlato, e la sua Parola è lì che chiede solo di essere da noi letta e ascoltata, anche nel brano che la liturgia di questa domenica ha scelto dal Vangelo di Giovanni, dai discorsi dell'Ultima Cena che sono l'addio di Gesù ai suoi prima di consegnarsi alle tenebre della notte per essere arrestato e ucciso in croce.
Da questo brano cogliamo solo qualche frammento.
" Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci ...".
Gesù avrebbe ancora tanto da dire ai suoi e da lasciare loro in testamento. Ma trova difficoltà. Da una parte perché ormai ne manca il tempo. Tra poco infatti, al cap. 17 di Giovanni, leggeremo: Padre, è giunta l'ora ... Ma il problema più grave è nei limiti umani dei suoi discepoli (noi) che già hanno avuto difficoltà a capire le cose terrene, più semplici; essi (noi) non sono certamente all'altezza delle cose divine, della stessa natura delle relazioni fra il Padre, il Figlio e lo Spirito. Non è possibile andare oltre quanto Gesù aveva già detto e che Apostoli ed Evangelisti ci hanno riferito.
Certamente Dio è molto superiore alle povere capacità di capire di noi creature: non è visibile e non è soggetto, lui il Creatore, alle leggi che condizionano il creato e le creature. Noi uomini invece, tutte le volte che cerchiamo di capire "qualcosa" lo facciamo nell'ipotesi che questo "qualcosa" obbedisca a queste leggi del creato. Ma Dio ...? Dio è oltre.
Fino a quando nel Credo professiamo di credere "... in un solo Dio ..." le cose sembrerebbero ancora abbastanza facili, perché la Tradizione ci ha abituato ad accettare che il Padre, il Figlio e lo Spirito sono della stessa natura divina. Con un'affermazione vera ma un po' sbrigativa, diciamo che Essi sono "lo stesso Dio".
Ho scritto che questo articolo della nostra fede è "abbastanza facile", ma se ci fermiamo qualche istante a meditarlo ci rendiamo conto di quanto sia lontano dalle nostre solite esperienze umane. Ma la difficoltà peggiore, a mio avviso, viene dopo, quando affermiamo di credere in un Dio in "Tre Persone", perché il sostantivo "persona" quando lo applichiamo a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, assume un significato certamente molto diverso da quello a cui siamo abituati. Cosa significa veramente la parola "persona" quando parliamo di Dio?
Questa difficoltà deve avere molto turbato i cristiani dei primi secoli, originando anche alcune dottrine sulla Trinità che sono state bollate come "eretiche", o perché finivano per accettare "tre divinità diverse" o perché sfumavano troppo la distinzione fra le tre "persone" che quasi diventavano una sola. Pertanto, per non correre pericoli di questo genere, ritorniamo prudentemente sul testo di questa domenica.
"Tutto quello che il Padre possiede è mio ...".
Viene da pensare che all'interno della famiglia trinitaria di Dio ci sia una piena "comunione dei beni" piena e perfetta (per la verità questo testo la afferma per le prime due Persone). Il verbo "possedere" applicato al Padre e al Figlio potrebbe dare un'idea sbagliata perché qui in terra siamo abituati a pensare al "possesso" come a qualcosa che tende ad escludere gli altri; e ciò non è corretto quando lo applichiamo a Dio. Qualche commentatore infatti traduce più cautamente il verbo greco con il verbo italiano "avere", piuttosto che con "possedere". È uno dei momenti dell'Ultima Cena in cui si può intravvedere una "quasi identificazione" fra il Figlio e il Padre. Un altro momento di questi, forse ancor più forte, è stato quando (Gv 14) Filippo ha chiesto: "Signore, mostraci il Padre ...". La risposta di Gesù è stata: "Chi ha visto me ha visto il Padre".
" ... lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera."
Cogliamo dal nostro brano questo ultimo frammento: Gesù, tornato al Padre con l'Ascensione, non è più visibile ai nostri occhi umani, ma solo alla nostra fede. Per non lasciarci soli, con la Pentecoste ci ha inviato il suo Spirito.
Neppure lo Spirito è umanamente visibile, in un modo misterioso è "dentro di noi", ci guida e ci insegna. In altro luogo del Vangelo di Giovanni (Gv 14) Gesù ci aveva detto: " ... egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto". Lo Spirito insegnerà e ricorderà ogni cosa sia alla Chiesa come Comunità che ai singoli fedeli.
Al termine di questi rapidissimi appunti mi chiedo: cosa ho dimenticato di veramente importante? Cosa non ho detto e che invece doveva assolutamente essere detto?
Mi aiuta Enzo Bianchi che, nel suo commento a questa stessa liturgia precisa: "In essa ascoltiamo la rivelazione di una comunione di vita e di amore ... che non si esaurisce all'interno di Dio, ma che si apre a noi uomini, chiamati ad accogliere tale amore per viverlo a nostra volta.
Questo doveva proprio essere detto.
Vanni Bravi