Vedere e credere - II Pasqua C

Continua l'iniziativa dei commenti "locali" alle letture festive. E' la volta di Giovanni 20,19-31 (II Pasqua C).

1. “Gesù operò davanti ai discepoli molti altri segni che non sono scritti in questo libro; questi sono stati messi per iscritto affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (30-31). I due ultimi versetti del capitolo 20 costituiscono con tutta probabilità l’originaria conclusione dell’intero Vangelo, di cui Giovanni esplicita lo scopo: il racconto della vita di Gesù interpretata teologicamente non è una cronaca né una biografia, ma una storia in funzione della fede.

 Questa affermazione, valida per tutto il Testamento cristiano (ma estensibile all’intera Bibbia) fa piazza pulita di tante controversie che hanno segnato i secoli passati (basti pensare all’interpretazione di Giosuè 10,10-13 nel processo a Galileo o agli sforzi per comporre le incongruenze degli stessi racconti giovannei del dopo Pasqua: in 20,11 Maria di Magdala viene presentata come se non ci fosse stata la fede del “discepolo amato” in 20,8 e non si capisce come sia tornata al sepolcro, i discepoli raccolti a porte chiuse in 20,19 paiono ignorare l’episodio precedente che riguarda Pietro e il “discepolo amato”, in 20,19 sembra non manchi nessuno dei discepoli mentre in 20,24 si scopre che Tommaso non c’era, ecc.) e di ogni riemergente fondamentalismo biblicista, indicando i criteri di ciò che si può cercare nel testo e di ciò che non si può sperare di trovarvi, di quale domande si possano porgli e a quali sia inutile pretendere una risposta.

 2. Ma quale è il “contenuto” di questa fede? Il Vangelo vuole aiutare i lettori a credere “che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”, due titoli che pongono la persona di Gesù l’uno nella linea della storia della salvezza e delle attese messianiche, l’altro nel suo rapporto speciale e unico col Padre. Nel quadro del duplice interesse apologetico (Gesù è realmente risorto) e teologico (Gesù risorto è la nostra salvezza) che accomuna gli evangelisti nei racconti della risurrezione, Giovanni riafferma con forza l’identità tra Gesù crocifisso e Cristo risorto, per esempio, nell’uso del nome “Gesù” per 14 volte in questo capitolo nonché nell’enfasi posta sulle mani e sul costato (v. 20 e 27). Per il quarto evangelista la risurrezione esplicita ulteriormente il senso della croce come glorificazione.

Ma credere che a risorgere è proprio il crocifisso significa, nella vita quotidiana e nelle scelte di ogni giorno, scommettere che negli umiliati, negli sconfitti, nelle vittime di ogni patibolo ci sia un ineguagliabile concentrato di divinità, fidarsi del fatto che la vita, la liberazione, la felicità passino da lì, accettare che l’impotenza salvi. Questa fede va contro ogni “sapienza umana”, come dirà Paolo operando un confronto con le immagini divine delle culture del suo tempo: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani, ma potenza di Dio e sapienza di Dio per coloro che sono chiamati, sia giudei sia greci” (1Cor 1,23-24).

 3. Così Giovanni si mostra in questo capitolo interessato in modo particolare all’itinerario di fede dei discepoli, che si sviluppa dall’incomprensione al riconoscimento, in una progressione culminante nella più solenne professione di fede del quarto Vangelo, quel “mio Signore e mio Dio” (v. 28) pronunciato da Tommaso, “l’incredulo per antonomasia”. E in questo cammino decisivo è il rapporto tra “vedere” e “credere”, dove il primo termine richiama l’esperienza dei discepoli (“quello che Gesù amava” al v. 8, Tommaso al v. 29), ma la cui associazione al secondo appare non solo un’“eccezione”, ma quasi la “concessione” a una fede immatura, perché non ha “ancora capito la Scrittura” (v. 9) e pretende una verifica tangibile (v. 25). Per Giovanni, invece, la fede in Cristo risorto, proprio perché va oltre il tempo del Gesù terreno e si apre alla sua nuova condizione, deve farsi ecclesiale, cioè basata essenzialmente sulla testimonianza delle Scritture e dei discepoli: “Beati coloro che, pur non avendo visto, hanno creduto e crederanno” (v. 29).

Certo la richiesta di “vedere per credere” sfida da sempre qualunque fede religiosa, e massimamente coloro che proclamano l’avvenuta resurrezione di un uomo da morte, eppure a più riprese nella storia essa pare riproporsi anche in una forma più sottile, cioè quella che cerca di ancorare la fede alla sapienza umana, enfatizzandone “il fondamento razionale e naturale” o proponendosi di “dimostrare l’esistenza di Dio”. Ma la risposta di Tommaso implica l’accettazione non soltanto di “credere senza toccare”, ma soprattutto di quella logica di morte-resurrezione che prima non riusciva a cogliere e accogliere (cfr. 11,16; 14,5).

 4. Molti sono gli ostacoli da superare perché questa fede si possa manifestare: l’incomprensione delle Scritture, la tristezza, il dubbio, il bisogno di prove, ecc. Ma è soprattutto sulla paura che Giovanni insiste, citandola espressamente al v. 19 e ribadendola col particolare delle porte chiuse riferito due volte (v. 19 e 26). La paura in Giovanni deriva sempre dal timore di “rimetterci qualcosa” prendendo posizione di fronte al mondo, di subire le conseguenze dello stare con un Messia malvisto dai potenti (vale per la folla in 7,13, per i genitori del cieco guarito in 9,22 e per i notabili in 12, 42-43). Finché l’individuo resta attaccato a se stesso è ricattabile dal mondo, non è libero per “raccogliere il testimone” di Gesù. Solo vincendo la paura si è pronti per la missione, per il dono di sé, e la vittoria sulla paura, cioè la “pace” (v. 19. 21 e 26) è data dal Risorto, dall’incontro con Lui.

La paura è una cifra del nostro tempo, nel vissuto individuale (paura di perdere quello che si ha, di restare soli una volta diventati vecchi, per il destino dei nostri figli, ecc.), nella società (paura di chi non parla la nostra lingua o viene da un’altra cultura, del diverso, degli altri, ecc.), nella Chiesa (paura di ridursi a pochi anziani, di non capire il mondo che cambia, di diventare irrilevanti nella secolarizzazione, ecc.). Per il credente è questione di fede! Se, infatti, ci immergiamo nel mistero di Dio, se ci affidiamo a Lui, allora le nostre paure si diradano, possiamo trovare la pace e guardare al futuro con la speranza dei risorti.