La nuda croce
Col passar degli anni, sempre meno
amo il meriggio del Venerdì santo.
Stanco degl’altrui dolori, non voglio
vederLo soffrire (tremo per Lui);
non voglio vederLo morire.
Ma alle cinque di sera, presso la croce
c’è una pace assorta. Tutto è compiuto!
Il nido di spine, i chiodi crudeli
e la tenaglia, la veste e i dadi
dal cinico enigma, la ciotola
con il fiele drogato, la fallica lancia,
e la scala della deposizione...:
gli strumenti della passione si
ritirano danzando.
Resta la croce.
Quanto lunghe le sue braccia!,
si dilatano sul filo dell’orizzonte.
Quanto alto il tronco, squadrato
a sostenere la cupola del cielo.
È l’albero della vita che rinverdisce
con le foglie-colombe di speranza
in questa primavera bambina.
È presente una madre che piange
sollevata e la Maddalena con
una ciocca di viole al petto per
accompagnare la ferita al fianco
dell’Amato. Grande è il mistero
di commistione di morte e vita!
L’agnello è stato immolato.
Il Povero ha vinto. Tutto ricomincia!
P. Arnaldo De Vidi