Da questa settimana, iniziamo a proporre alcuni commenti alla Parola festiva scritti da preti e soprattutto laici del nostro territorio. Senza nessuna pretesa esegetica o catechetica, è un tentativo di scoprirne aspetti sempre nuovi. Come scrisse san Gregorio Magno: "La Scrittura cresce insieme con i suoi lettori; perché la possono capire anche i principianti, e tuttavia riesce sempre nuova ai più esigenti". Cominciamo con il Vangelo della domenica di Pasqua, Messa del giorno: Giovanni 20,1-9 (clicca per leggerlo).
«Se il bimbo nel seno della madre, preoccupato di uscire, contasse sulle sue sole forze e sulla sua abilità, non uscirebbe mai alla luce.
Ma c'è chi lo farà uscire.
È la dinamica stessa della natura, è il mistero di chi l'ha preceduto.
La nostra debolezza è che guardiamo a noi, sempre a noi, solo a noi» (Carlo Carretto).
Trovo che queste parole descrivano bene il nostro atteggiamento istintivo nei confronti dell'annuncio della risurrezione: qualcosa che non rientra spontaneamente nei nostri orizzonti, nelle nostre logiche, nelle nostre esperienze quotidiane. Se guardiamo sempre e solo a noi, la risurrezione è assurda, impossibile.
Parlare di resurrezione oggi? E come?
Come, davanti alle devastazioni del terremoto di Haiti? Come, davanti alle povertà drammatiche provocate dalla crisi economica? Come, davanti agli scandali e ai veleni che ammorbano l'ambiente civile, politico e persino ecclesiale? Come, davanti ai dolori personali che ci trafiggono?
Siamo nella posizione di Maria di Magdala e dei discepoli: «Non sappiamo dove l'hanno posto» (Gv 20,3; cfr. 20,13); «Non avevano ancora compreso la Scrittura» (lett.: «Non sapevano ancora la Scrittura», Gv 20,9). Noi non sappiamo! L'evento delle risurrezione è l'inaudito, l'inesprimibile, lo sconcertante.
Ricordo i funerali di un mio alunno, morto a 18 anni. Il padre, che aveva già perso un altro figlio, durante il percorso dalla chiesa al cimitero ripeteva in continuazione, rivolto al corpo nella bara: «Alzati! Vieni fuori da lì!». Era pianto, urlo di strazio senza fine.
Se fosse umanamente possibile far tornare qualcuno dalla morte, l'amore dolente di quel padre era tanto forte che ne sarebbe stato capace. Però, è impossibile, è oltre le nostre forze.
Solo da Dio può venire la novità assoluta della risurrezione. Ma è difficile per noi sperare. La fede – diceva frère Roger – è una fiducia semplicissima. Non si appoggia su dimostrazioni e garanzie umane. E perciò è nuda, debole, fragile.
In certi momenti si accendono in noi alcune scintille, ma sono solo l'inizio della fede, l'inizio della luce di Pasqua. Non sappiamo ancora la Scrittura, non l'abbiamo ancora compresa.
Però, non ci sarebbero nemmeno questi sprazzi, se il Risorto non fosse in qualche modo già presente in noi. Cristo risorge in noi e anche noi risorgiamo.
Più intimo a noi di noi stessi (S. Agostino). Più vicino della nostra vena giugulare. Nel testo di Giovanni, infatti, è il discepolo amato – proprio per la relazione d'amore che lo lega a Gesù – a intuire e a lasciar spazio nel proprio animo per primo alla novità compiuta da Dio. Vede il sepolcro vuoto e il suo cuore intuisce, senza spiegazioni.
La resurrezione, insomma, non è un enunciato, una dottrina.
È la speranza che ci nasce dentro, quando l'ascolto della Parola e la preghiera ci fanno incontrare Gesù come persona viva. Anche se siamo nella tenebra più densa.
Non è l'intelletto a essere coinvolto, bensì tutta la nostra esistenza. Credere nel Risorto è aderire a Gesù, dimorare in lui come lui in noi («essere Cristo», direbbe Paolo) e portare i frutti del suo stesso amore (Gv 15,5).
Come esortava il vescovo Angelo a pochi mesi dalla morte, già malato: «Il nostro compito è essere luci di Pasqua, nella famiglia, nella città, nel mondo» (1 aprile 2004).
Il cristiano non è chiamato a essere un propagandista della fede né un maestro. È chiamato a essere luce. Meraviglioso!
Se ci sentiamo schiacciati da una croce, non cerchiamo qualcuno che ci faccia prediche devote. Per noi sono luce una presenza amica, un sorriso, un abbraccio silenzioso, la dolce determinazione a condividere il nostro peso. E a nostra volta possiamo essere luce per chi incontriamo, quando affronta il dolore, la solitudine, la povertà, l'ingiustizia...
La prima aurora fa intuire l'alba. Così, dei credenti luminosi – non dei soldati o dei burocrati della religione – alimentano la speranza nella risurrezione.
Siamo cercatori della luce.
Nel silenzio,
nell'ascolto,
nella preghiera.
* * *
La mia vita è incollata alla polvere:
fammi vivere secondo la tua parola,
fammi rialzare secondo la tua parola.
Raffinami al fuoco il cuore e la mente.
Se tu non mi parli,
sono come chi scende nella fossa.
Senza il Risorto è Notte dovunque,
sono una favola pure le Scritture,
non ha futuro la storia dell'uomo.
A te sia gloria, Gesù Salvatore,
a te che splendi da oltre la morte,
insieme al Padre, insieme allo Spirito.