Quali preti, oggi? Quale Chiesa?

Non è solo la diocesi di Crema che si interroga sulla comunità cristiana e sulla figura del prete, come vogliamo fare con l'Assemblea Ecclesiale. Riportiamo parte di un intervento tenuto al clero di Verona nell'ambito della Formazione permanente.

Il rapporto preti-chiesa rimanda al Vangelo e alla condizione della fede nel mondo d'oggi; la chiesa è per il servizio del Vangelo nella storia degli uomini, riceve da tale diakonìa la sua forma in modo che sia adatta a suscitare la fede e a dare forma alla vita secondo la fede. La nostra condizione di preti oggi sembra segnata da un paradosso che espone ad una tensione non facile da vivere: siamo ad un tempo troppo al centro (una infinità di richieste) e tuttavia abbiamo perso centralità (la nostra presenza e i nostri compiti hanno perso rilevanza e incidenza). Questa situazione riflette quella della chiesa nel mondo: siamo in un mondo policentrico, ove la globalizzazione porta con sé un sovraccarico di comunicazione (certo filtrata da centri di interesse...) che rende fluttuanti i confini degli orientamenti di vita e i comportamenti e produce una sorta di schizofrenia tra istanze di rigidità (per timori o ragioni economiche) e istanze di libertà individuali (fino alla trasgressione compensativa). La figura del prete è punto particolarmente "sensibile" nella comunità cristiana esposta al cambiamento epocale che stiamo vivendo. Ci troviamo in una collocazione "deformante": secondo le indagini più avvedute, anche vicino a noi (Preti del NordEst), risultiamo sovraccarichi ed esposti alla solitudine pastorale, punto terminale di una mediazione complessa e difficile, da gestire quasi da soli, tesi tra istanze evangeliche e situazioni di vita della gente la cui lettura è sovente in ritardo.

In questione è il "modello pastorale", ossia il modo secondo il quale si struttura, si ordina, in modo coerente, l'insieme dei compiti del presbitero oggi. Sintomi ben riconoscibili sono le "variazione sul tema" in atto nei fatti prima ancora che nella riflessione e lo spostamento della riflessione dall'identità del presbitero, prevalente fino agli anni '80, alla sua figura, di gran lunga dominante nell'ultimo ventennio. La revisione del modello o figura pastorale passa attraverso il riordino delle "competenze" presbiterali e la cura delle condizioni che ne consentono l'esercizio (formazione permanente).

Una figura presbiterale in [ri]elaborazione

La figura presbiterale ereditata entra "in sofferenza" sia a motivo dei mutamenti che ne rendono problematica l'efficacia (diversa condizione della fede nella società), sia a motivo degli interrogativi circa la sostenibilità della attuale pratica pastorale nel futuro (sia della diminuzione numerica consistente), sia a motivo delle domande poste dal rinnovamento della ecclesiologia (comunione). Abbiamo ereditato una figura di prete segnata in profondità da tre tratti: a/motivata dalla vocazione e confermata dal sacramento, b/ riassuntiva, di fatto, dell'intera ministerialità ecclesiale (mediazione), c/ collocata socialmente tra le "autorità". Ne derivava una figura complessivamente "solitaria" (abituata a gestirsi da sé), generosissima, portata a uno stile assertivo e direttivo (in grado di rassicurare). In questo quadro apparivano secondarie (o seconde) le competenze, la capacità della collaborazione, la attenzione ai processi di maturazione e di formazione delle convinzioni della persona adulta. Nel quadro socioculturale-ecclesiale d'oggi proprio ciò che nella figura precedente risultava secondo sembra essere richiesto come primario, ma non in modo limpido e non secondo una lettura sempre condivisa e priorità mantenute.

Secondo la lettera ai sacerdoti italiani uscita dalla Assemblea CEI 2006, l'interrogativo ministeriale (come fare il prete oggi?), chiama in causa immediatamente il credente (come vivere la fede nel nostro mondo?) e la sua struttura umana (come la fede si mostra umanizzante, buona notizia spendibile per questo mondo?). Poiché di fatto l'azione pastorale vede spostarsi il suo fuoco dai compiti (tria munera) alla vita di fede (il vissuto di fede da servire), alla sua promotività (salvezza), e così alla relazionalità come veicolo della azione ministeriale (cfr. convegno ecclesiale di Verona), la riformulazione della figura del presbitero passa attraverso la rivisitazione del nesso uomo-credente-presbitero.

Tre priorità-guida per il cammino

Se si tengono insieme i diversi elementi in gioco emergono tre priorità-guida in grado di presiedere alla elaborazione di una rinnovata figura presbiterale: a/ il primato dell'annuncio del Vangelo in vista di suscitare, motivare, garantire l'autenticità della fede. b/ il servizio alla comunione della comunità tramite la attivazione, il discernimento, la cura della varia e specifica ministerialità che lo Spirito suscita nella comunità cristiana e di cui essa ha bisogno (il modello della "rete" può fornire un riferimento culturale-sociale). c/ il discernimento simpatico critico del nostro tempo attraverso sane chiavi di lettura, tali da consentire non primariamente giudizi ma comprensione di ciò che le persone vivono, cercano, soffrono, con le aperture e rischi di chiusura che tutto questo porta con sé. È la via per la promozione della dignità della persona umana, specie nei poveri, in coloro nei quali essa è maggiormente oscurata. Ne risulta una figura presbiterale doppiamente "decentrata", rispetto alla Parola che è al di sopra di tutti, e rispetto al tessuto fraterno ministeriale della comunità, insieme responsabile del Vangelo.

Complessivamente si tratta di "concentrare" l'azione pastorale dell'intera comunità cristiana sul servizio della fede, secondo tre grandi aree: a/iniziare alla fede (non scontata), b/ accompagnare nella fede perché possa dare forma alla vita esposta alla complessità, c/ formare alla ministerialità secondo corresponsabilità e discernimento. Si tratta di una azione complessiva tesa a servire l'edificazione di una figura plausibile del cristiano nel nostro mondo. Si tratta dell'adulto nella fede, non semplicemente del praticante.

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