Lo "spirito di Assisi" contro la violenza
Chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace, chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio (Benedetto XVI, 1 gennaio 2011). Il giorno successivo alla strage di cristiani compiuta ad Alessandria d'Egitto, il papa ha così presentato la convocazione di un incontro interreligioso di preghiera per la pace ad Assisi, 25 anni dopo quello indetto da Giovanni Paolo II che fu un momento storico.
E' un gesto profetico che non vede nelle altre fedi dei nemici, ma cerca la pace nell'incontro con loro perché sa vedere in esse dei riflessi della verità di Dio, come ha riconosciuto il Concilio Vaticano II. «Ogni verità, da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo» (Tommaso d'Aquino). La fede in Gesù Cristo "via, verità e vita" non porta a denigrare, ma ad apprezzare le ricchezze di ogni autentica esperienza religiosa.
Giovanni Paolo II coniò l'espressione "spirito di Assisi" e spiegò così il senso che lui attribuiva a quell'evento in una lettera del 1994:
Avevo desiderato molto quell'incontro; l'avevo voluto perché, di fronte al dramma di un mondo diviso e sotto la immane minaccia della guerra, sgorgasse dal cuore di ogni credente un comune grido verso quel Dio che guida il cammino dell'uomo sui sentieri della pace.
Quel giorno resta inciso nella storia del nostro tempo, e chi vi ha preso parte, come alcuni dei presenti ora ad Assisi, ricorda ancora con commozione quell'evento. Esso non poteva rimanere isolato. Quell'incontro aveva una forza spirituale dirompente: era come una sorgente a cui tornare per rinsaldare l'ispirazione; una fonte capace di sprigionare nuove energie di pace. Per questo auspicavo che lo "spirito di Assisi" non solo non si estinguesse ma al contrario potesse espandersi nel mondo, suscitando in ogni luogo nuovi testimoni di pace e di dialogo.
E a 20 anni da quell'incontro, lo stesso Benedetto XVI lo ha così ricordato:
Il terzo millennio si è anzi aperto con scenari di terrorismo e di violenza che non accennano a dissolversi. Il fatto poi che i confronti armati si svolgano oggi soprattutto sullo sfondo delle tensioni geo-politiche esistenti in molte regioni può favorire l'impressione che, non solo le diversità culturali, ma le stesse differenze religiose costituiscano motivi di instabilità o di minaccia per le prospettive di pace.
Proprio sotto questo profilo, l'iniziativa promossa vent'anni or sono da Giovanni Paolo II assume il carattere di una puntuale profezia. Il suo invito ai leaders delle religioni mondiali per una corale testimonianza di pace servì a chiarire senza possibilità di equivoco che la religione non può che essere foriera di pace. Come ha insegnato il Concilio Vaticano II nella Dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, "non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati ad immagine di Dio" (n.5). Nonostante le differenze che caratterizzano i vari cammini religiosi, il riconoscimento dell'esistenza di Dio, a cui gli uomini possono pervenire anche solo partendo dall'esperienza del creato (cfr Rm 1,20), non può non disporre i credenti a considerare gli altri esseri umani come fratelli. A nessuno è dunque lecito assumere il motivo della differenza religiosa come presupposto o pretesto di un atteggiamento bellicoso verso altri esseri umani.